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Albert Camus

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Albert Camus - Mondovi (Algeria) 7 novembre 1913 / Villeblevin 4 gennaio 1960

Per quanto alcuni critici ritengano Camus difficilmente catalogabile in una corrente letteraria definita, è indubitabile che egli tragga gli spunti per la sua narrativa filosofica dai turbamenti esistenziali della società europea tra le due guerre. Ed è in base a ciò che egli merita di essere considerato uno dei padri dell'esistenzialismo ateo novecentesco accanto a Jean-Paul Sartre, malgrado i forti elementi di contrasto tra i due, che vanno però visti sotto il profilo etico-politico più che filosofico. Aderenti entrambi alla Resistenza e al Partito Comunista Francese, presto Camus mostra l'inconciliabilità della sua visione del mondo col marxismo ortodosso e lascia il partito.

È stato Premio Nobel per la letteratura nel 1957 (i suoi discorsi pronunciati in occasione del ritiro del premio sono raccolti in Discours de Suède edito da Gallimard). Il suo lavoro è sempre risultato teso allo studio dei turbamenti dell'animo umano di fronte all'esistenza. La ricerca di un profondo e autentico legame fra gli esseri umani è reso impossibile dall'assurdo che incombe sull'esistenza umana. La ricerca del legame inter-umano che continuamente sfugge è simile allo sforzo immane che Sisifo compie per tornare sempre allo stesso punto. Il legame umano pare infine essere non altro che il rendersi consapevoli dell'assurdo e del cercare di superarlo nella solidarietà. Ma l'assurdo di certe manifestazioni volte a recidere il legame stesso, come ad esempio la guerra e le divisioni di pensiero in generale, incombe sugli uomini come una divinità malefica che ne fa allo stesso tempo degli schiavi e dei ribelli, delle vittime e dei carnefici. L'unico scopo del vivere e dell'agire, per Camus, pare esprimersi dialetticamente fuori dell'intimità esperienziale, nel combattere nel sociale le ingiustizie, oltre che le espressioni di poca umanità, come la pena di morte. «Se la Natura condanna a morte l'uomo, che almeno l'uomo non lo facesse», usava dire.

Biografia

Nato a Mondovi in Algeria, Camus era il secondogenito di Lucien Auguste Camus modesto fornitore di uva per un vinaio locale, morto giovanissimo nel 1914 nella prima battaglia della Marna durante la prima guerra mondiale «...per servire un paese che non era suo», come lo stesso Camus annota nel suo ultimo libro Le premier homme rimasto incompiuto a causa della prematura scomparsa e pubblicato solo nel 1994. Dopo la morte del padre, assieme alla madre Catherine-Hélène Sintès e alla nonna materna, la quale rivestirà un ruolo molto importante nella sua educazione a causa della severità e dell'accentramento dei poteri familiari (la madre è come se non avesse avuto mai parte nella crescita del figlio), si trasferisce ad Algeri dove svolgerà tutti i gradi di scuola. Camus brilla sin da giovane negli studi. Spinto dal suo professore di filosofia, e in seguito grande amico, Jean Grenier (al quale rimarrà legato per tutta la vita), vince una borsa di studio presso la facoltà di filosofia della prestigiosa Università di Algeri.

È proprio Grenier a invitarlo alla lettura de Il dolore (La Douleur) di André de Richaud, opera che lo spingerà a intraprendere l'attività di scrittore. La tubercolosi, che lo colpisce giovanissimo, gli impedisce di frequentare i corsi e di continuare a giocare a calcio, sport nel quale eccelleva come portiere. Finisce così gli studi da privatista e si laurea in filosofia nel 1936 con una tesi su Plotino e Sant'Agostino (pubblicata in Italia nel 2004 col titolo Metafisica cristiana e neoplatonismo, Editrice Diabasis: sugli influssi della filosofia antica, e di Plotino in particolare, sulla formazione spirituale del giovane scrittore si veda il recente saggio di Christian Vassallo, Plotino e il giovane Camus: tra ragione ed assurdo, in "Vichiana", XI, 2009, pp. 95-102).

Nel 1933 aderisce al movimento antifascista Amsterdam-Pleyel e nel 1934 aderisce al partito comunista, più in risposta alla Guerra civile spagnola che per un reale interesse alle teorie marxiste; questo atteggiamento distaccato nei confronti dell'idea comunista lo portò spesso al centro di discussioni con i colleghi e lo rese oggetto di critiche fino al punto di distaccarsi completamente nel 1937 dalle azioni del partito, considerate di parte e quindi non adatte ad un discorso di unità delle genti.

Il primo matrimonio di Camus con Simone Hie nel 1934 finisce dopo due anni a causa della dipendenza della donna verso gli psicofarmaci. Sei anni dopo sposerà Francine Fauré. L'attività professionale lo vede spesso impegnato all'interno di redazioni di giornale dove è critico letterario e specialista nei resoconti dei grandi processi e nei reportage: il lavoro nel quotidiano locale algerino Alger-Républicain, poi "Soir-Republicain" (fondato da Pascal Pia) finisce con il licenziamento a causa di un articolo contro il governo che si adopererà poi per non fargli più trovare occupazione come giornalista in Algeria.

Camus si sposta così in Francia dove nel 1940 è segretario di redazione al Paris-Soir grazie all'aiuto di Pascal Pia: sono gli anni dell'occupazione nazista e lo scrittore, prima da osservatore e poi da attivista, cerca di contrastare la presenza tedesca ritenendola atroce. Negli anni della resistenza si affilia alla cellula partigiana Combat per la quale curerà numerosi articoli per l'omonimo giornale che circola clandestinamente.

Finita la guerra, il suo impegno civile rimane costante e non si piega di fronte a nessuna ideologia, criticando tutto quello che poteva allontanare l'uomo dalla sua dignità: lascia il posto all'UNESCO a causa dell'entrata nell'ONU della Spagna franchista così come è tra i pochi a criticare apertamente i metodi brutali del Soviet in occasione della repressione di uno sciopero a Berlino Est. Pubblica svariati articoli su alcune riviste dell'anarchismo francese, di cui condivide idee e finalità, pur criticandone il "nichilismo romantico" che l'ha caratterizzato storicamente. Negli anni '50 si attestò sempre più sulla linea dell'anticomunismo [1]. Nel 1953 sostiene la rivolta degli studenti anticomunisti di Berlino [2]. Nel 1960 le sue condizioni di salute sono molto precarie (ormai da tempo entrambi i polmoni sono intaccati dalla tubercolosi). Ma quell'anno Camus muore in un incidente d'auto a bordo di una Facel Vega (nel quale perde la vita anche il suo editore Michel Gallimard) presso Villeblevin vicino Sens (Yonne). Nelle sue tasche fu trovato un biglietto ferroviario non utilizzato. Probabilmente aveva pensato di usare il treno, cambiando idea all'ultimo momento. In passato aveva più volte sostenuto che il modo più assurdo di morire sarebbe stato proprio in un incidente automobilistico. La sua tomba è nel cimitero di Lourmarin, in Provenza, dove aveva da poco acquistato un'abitazione.

L'opera filosofica e il pensiero

Camus analizza l'assurdo dell'uomo come condizione alienante e reale, non come necessità o unica via. Egli opera una diagnosi di tale problema esistenziale per risolvere il quale serve una cura che solo la solidarietà umana è in grado di produrre. L'uomo scopre la sua inconsistenza e la sua assurdità intuendo che solo attraverso la presa di coscienza di questo stato di cose si aprono nuovi orizzonti, il difficile è entrarci. L'assurdo è penoso e la presa di coscienza di esso frustra e macera, ma è uno stimolo intellettuale importante ed è nel Mito di Sisifo che viene posto in maniera chiara il problema. Ma la soluzione nella solidarietà umana appare solo nel 1943-'44 e trova nel romanzo La peste, pubblicato nel 1945. La peste rappresenta perciò un superamento del senso tragico e assurdo dell'esistenza umana. Di questo vi erano già i primi segni positivi nelle Osservazioni sulla rivolta, scritte nel 1945, e Lettre à un ami allemand.

Ma il tema della solidarietà umana è uno sbocco che è convincente solo in parte e che per alcuni versi pare addirittura forzoso e non privo di derive moralistiche. Ben diverso l'atteggiamento che sta alla base del grande e profondo tormento esistenziale molto esplicito sino all'inizio degli anni '40. Un tormento che si esprime nell'ateismo esistenziale espresso nelle prime parole con cui si apre il saggio Il mito di Sisifo, pubblicato nel 1942 da Gallimard, dove egli scrive: «  Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia  » ( Il mito di Sisifo, Bompiani, Milano 1947, p.7 ) Nel 1952, con L'uomo in rivolta, Camus affronta il tema della violenza, sia essa metafisica, libertaria o terroristica. L'opera è anche un'analisi socio-psicologica profonda delle motivazioni che portano alla rivolta violenta e all'omicidio.

Ne L'uomo in rivolta Camus prosegue anche e realizza la sua polemica con la rivista Les temps modernes diretta da Jean-Paul Sartre. È la fine di un sodalizio che aveva visto sintonia e numerose collaborazioni sin dal secondo dopoguerra e che ha così fine. Ma ciò non significa affatto, come qualcuno erroneamente sostiene, che Camus, contrapponendosi a Sartre, non sia più un esistenzialista ateo, ma semplicemente che egli intende abbandonare il pessimismo estremo per lasciare l'orizzonte aperto alla speranza di un senso del lottare contro il male. Per Camus, la strada maestra dell'uomo che pensa è quella di combattere contro l'assurdo e la mancanza di senso dell'esistere. Un assurdo che non è nella natura dell'uomo in quanto tale, ma nei "modi" con cui l'uomo struttura negativamente il proprio esistere e il proprio convivere. Far fronte alla Peste (che nella sua opera simboleggia anche la dittatura) è possibile nella solidarietà e nella collaborazione. Gli uomini, se uniti da ideali positivi perseguiti con determinazione e forza, devono sempre rimanere vigili in attesa che «...la peste torni ad inviare i suoi ratti». Ma tutto questo deve fare i conti con lo stato personale di attività e con i propri limiti: l'artista (così come l'uomo comune) è sempre in bilico fra solidarietà e solitudine (solidaire ou solitaire), e spesso si trova di fronte a situazioni che avrebbe potuto evitare se avesse approfittato di un'occasione passata [vedi La caduta (La chute)].

Camus rifiutava l'appellativo di "pessimista" attribuitogli da alcuni suoi contemporanei e in un articolo apparso il 10 maggio 1951, sulla rivista Les Nouvelles Littéraires, scriveva: «Non ho disprezzo per la specie umana... Al centro della mia opera vi è un sole invincibile: non mi sembra che ciò formi un pensiero triste». Non è per nulla che così egli chiuda Il mito di Sisifo: «  Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore che nega gli dèi e solleva i macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice. » (Il mito di Sisifo, cit., p.121 )

Se Sisifo, una volta negato Dio, vede un mondo in ogni parte di esso e può sentirsi felice per il solo fatto di lottare contro il Dio-padrone, il nichilismo è già vinto anche se la sofferenza e l'ingiustizia continueranno ad imperversare. Nell Uomo in rivolta si legge: «  Oggi nessuna saggezza può pretendere di dare di più. La rivolta cozza instancabilmente contro il male, dal quale non le rimane che prendere un nuovo slancio. L'uomo può signoreggiare in sé tutto ciò che deve essere signoreggiato. Deve riparare nella creazione tutto ciò che può essere riparato. Dopo di che i bambini moriranno sempre ingiustamente, anche in una società perfetta. Nel suo sforzo maggiore l'uomo può soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore del mondo  » (L'uomo in rivolta, Bompiani, Milano 1951, p.331 )

Critica

La riflessione di Camus appare caratterizzata da un forte afflato etico, che si va via via accentuando a partire dal romanzo La peste, che gli valse il Premio Nobel. Ciò per un verso lo porta a realizzare i suoi intenti più sentiti e profondi, ma per altro verso lo fa apparire un po' troppo moralista.[senza fonte]

Curiosità

Suo nipote David Camus ha percorso le orme del nonno diventando uno scrittore.

Opere

Romanzi

Lo straniero, Bompiani 1947. (L'Étranger 1942) La peste, Bompiani 1948. (La Peste 1947) La caduta, Garzanti 1975. (La Chute 1956) La morte felice, Rizzoli 1974. (La Mort heureuse, postumo 1971) Il primo uomo (Le Premier Homme) (incompiuto; iniziato nel 1959, pubblicato postumo nel 1994)

Saggi

Metafisica cristiana e neoplatonismo, Diabasis 2004 Il rovescio e il diritto, Nozze, L'estate, Bompiani 1972 (L'envers et l'endroit 1937) Il mito di Sisifo, Bompiani 1947. (Le Mythe de Sisyphe 1942) La rivolta libertaria, Elèuthera 1998. (Albert Camus et les libertaires, raccolta del 2008) L'uomo in rivolta, Bompiani 1962. (L'Homme révolté 1951) L'estate (L'Été) (1954) Riflessioni sulla pena di morte (Réflexions sur la peine capitale) (1957) Taccuini gennaio 1942 - marzo 1951, Bompiani 1965. Mi rivolto dunque siamo, scritti politici, Elèuthera 2008 Opere teatrali [modifica] Caligola, Bompiani 1974. (Caligula) (1944) Il malinteso (Le Malentendu) (1944) Lo stato d'assedio (L'État de siège) (1948) I giusti (Les Justes) (1950) I demoni (Les Possédés), adattamento teatrale dell'omonimo romanzo di Dostoevskij (1959) La devozione alla croce adattamento teatrale della pièce di Pedro Calderón de la Barca. Pubblicato in Francia da Gallimard, in Italia da Diabasis nel 2005.

Bibliografia

Giuseppe Leone, "La Peste di Camus compie cinquant'anni - Neoumanesimo e antideologismo nel capolavoro dello scrittore franco-algerino - Quel monito perché l'uomo si distragga meno che può", su "Ricorditi di me...", in "Lecco 2000", Lecco, giugno-luglio 1997. Heiner Wittmann: Sartre and Camus in Aesthetics. The Challenge of Freedom. Hrsg. v. Dirk Hoeges. Dialoghi/Dialogues. Literatur und Kultur Italiens und Frankreichs, Band 13, Peter Lang, Frankfurt 2009 ISBN 978-3-631-58693-8

Citazioni di Albert Camus

  • Bisogna amarsi molto per suicidarsi. (da Les justes)
  • E' un fatto ben noto che riconosciamo la nostra madre patria quando siamo sul punto di perderla. (da Estate ad Algeri, 1939)
  • Il senso d'impotenza e di solitudine del condannato incatenato, di fronte alla coalizione pubblica che vuole la sua morte, E' già di per sE' una punizione inconcepibile. [...] Generalmente l'uomo E' distrutto dall'attesa della pena capitale molto tempo prima di morire. Gli si infliggono così due morti, e la prima E' peggiore dell'altra, mentre egli ha ucciso una volta sola. Paragonata a questo supplizio, la legge del taglione appare ancora come una legge di civiltà. Non ha mai preteso che si dovessero cavare entrambi gli occhi a chi aveva reso cieco di un occhio il proprio fratello. (da Riflessioni sulla pena di morte)
  • In verità, E' un paradosso tipico dello spirito umano cogliere gli elementi senza poterne abbracciare la sintesi: paradosso epistemologico d'una scienza certa nei fatti, ma comunque insufficiente: sufficiente nelle sue teorie, ma comunque incerta, ovvero paradosso psicologico di un io percettibile nelle sue parti, ma inaccessibile nella sua profonda unità. (da Metafisica cristiana e neoplatonismo)
  • Invece di uccidere e morire per diventare quello che non siamo, dovremo vivere e lasciare vivere per creare quello che realmente siamo. (da Riflessioni sulla pena capitale, 1957)
  • La nostra sola giustificazione, se ne abbiamo una, E' di parlare in nome di tutti coloro che non possono farlo. (da L'artista e il suo tempo)
  • Le grandi idee arrivano nel mondo con la dolcezza delle colombe. Forse, se ascoltiamo bene, udiremo, tra il frastuono degli imperi e delle nazioni, un debole frullìo d'ali, il dolce fremito della vita e della speranza. (citato in Selezione dal Reader's Digest, giugno 1963)
  • La pena di morte, così come la si applica, E' una disgustosa macelleria, un oltraggio inflitto alla persona e al corpo. (da Riflessioni sulla pena di morte)
  • Non v'E' amore per la vita senza disperazione di vivere. (da Il rovescio ed il diritto)
  • Segno della giovinezza E' forse una magnifica vocazione per le facili felicità. (da Il rovescio ed il diritto)
  • Una letteratura disperata E' una contraddizione in termini. (da L'estate)
  • La verità come la luce acceca. La menzogna, invece, E' un bel crepuscolo, che mette in valore tutti gli oggetti. (da La caduta)
  • Non essere amati E' una semplice sfortuna; la vera disgrazia E' non amare. (da L'estate)

Senza fonte

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  • C'E' la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele nE' ai secondi nE' alla prima.
  • Come rimedio alla vita di società suggerirei la grande città. Ai giorni nostri, E' l'unico deserto alla portata dei nostri mezzi.
  • Creare E' dare una forma al proprio destino.
  • Cultura: l'urlo degli uomini in faccia al loro destino.( Taccuini, vol.I)
  • Essere privi di speranza non significa disperare.
  • Gli errori sono allegri, la verità E' infernale.
  • I martiri non costruiscono le chiese, bensì sono punti di riferimento oppure un alibi. Sono seguiti da preti e da bigotti.
  • Il futuro E' l'unico tipo di proprietà che i padroni concedono liberamente agli schiavi.
  • Il marxismo non E' scientifico: potrebbe avere, però, pregiudizi scientifici.
  • La grandezza dell'uomo E' nella decisione di essere più forte della sua condizione.
  • La libertà non E' che una possibilità di essere migliori, mentre la schiavitù E' certezza di essere peggiori.
  • La passione reale del ventesimo secolo E' la servitù.
  • La politica e il fato dell'umanità vengono forgiati da uomini privi di ideali e grandezza. Gli uomini che hanno dentro di sE' la grandezza non entrano in politica.
  • La virtù non può separarsi dalla realtà senza diventare un principio di male.
  • L'assurdo E' la lucida ragione che constata i suoi limiti.
  • L'assurdo E' un peccato senza Dio. (Il mito di Sisifo)
  • L'intellettuale E' uno la cui mente si osserva.
  • L'unica giustificazione possibile per Dio E' che non esiste.
  • Negli uomini, le cose da ammirare sono più di quelle da disprezzare.
  • Non c'E' destino che non si vinca con il disprezzo.
  • Non saremo mai contenti finchE' continueremo a cercare in cosa consiste la felicità, così non potremo mai vivere la vita cercandone il significato.
  • Non voglio essere un genio: ho già problemi a sufficienza cercando di essere solo un uomo.
  • Ogni atto di ribellione esprime nostalgia per l'innocenza e una richiesta all'essenza dell'essere.
  • Per esistere solo una volta nel mondo, E' necessario non esistere mai più.
  • PerchE' bisognerebbe amare raramente per amare molto?
  • Quando saremo tutti colpevoli, sarà la democrazia.
  • Quelli che scrivono con chiarezza hanno dei lettori, quelli che scrivono in modo ambiguo hanno dei commentatori.
  • Quello che conta tra amici non E' ciò che si dice, ma quello che non occorre dire.
  • Solo una filosofia dell'eternità, nel mondo di oggi, potrebbe giustificare una nonviolenza.
  • Sono avaro di quella libertà che sparisce non appena comincia l'eccesso dei beni.
  • Tutto ciò che esalta la vita ne accresce, nello stesso tempo, l'assurdità.
  • Un capo, una persona, significano un padrone e milioni di schiavi.
  • Un impiegatuccio in un ufficio postale E' pari a un conquistatore se la consapevolezza E' comune ad entrambi.
  • Un romanzo non E' mai altro che una filosofia tradotta in immagini.
  • Un uomo labirintico non cerca mai la verità, ma sempre e soltanto Arianna. (1951)
  • Una certa continuità nella disperazione può generare la gioia.

Caligola

  • Caligola: Ma non sono pazzo e posso dire perfino di non essere mai stato così ragionevole come ora. Semplicemente mi sono sentito all'improvviso un bisogno di impossibile. Le cose così come sono non mi sembrano soddisfacenti. [...] E' vero, ma non lo sapevo prima. Adesso lo so. Questo mondo così com'E' fatto non E' sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell'immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo.
    Elicone: E' un ragionamento che sta in piedi. Ma, in generale, non lo si può sostenere fino in fondo, non lo sai?
    Caligola: E' perchE' non lo si sostiene mai fino in fondo che non lo si sostiene fino in fondo. E non si ottiene nulla. Ma basta forse restare logici fino alla fine. (atto I, scena IV)
L'opinione espressa da Caligola in questo passo E' stata poi sintetizzata col motto sessantottino «Siate realisti, chiedete l'impossibile», attribuito anche a Che Guevara.<ref>Cfr. il commento dell'associazione Il folle volo; citato in Siate realisti, chiedete l'impossibile, 21 luglio 2004.</ref>
  • Mostro, Caligola, mostro. [...] Come si può continuare a vivere con le mani vuote quando prima stringevano l'intera speranza del mondo? Come venirne fuori? (Scoppia in una risata falsa, artificiosa.) Fare un contratto con la propria solitudine, no? Mettersi d'accordo con la vita. Darsi delle ragioni, scegliersi un'esistenza tranquilla, consolarsi. Non E' per Caligola. (Batte il palmo della mano sullo specchio.) Non E' per te. Non E' vero?
  • Ho deciso di essere logico. Vedrete quanto vi costerà la logica.
  • Gli uomini muoiono e non sono felici.
  • Arricchirò le tue nozioni insegnandoti che non esiste che una sola libertà, quella del condannato a morte. [...] Ecco perchE' non siete liberi. Ecco perchE' in tutto l'impero romano l'unico uomo libero E' Caligola, circondato da una nazione di schiavi.
  • Ho male al cuore, Cesonia. [...] Sono tutto scosso da conati di vomito. Mi fanno male le gambe, le braccia. Mi fa male la pelle. Ho la testa svuotata, ma la cosa più rivoltante E' questo sapore che ho in bocca. Non sa di sangue nE' di morte nE' di febbre, ma di tutto questo messo insieme. Mi basta muovere la lingua perchE' tutto si faccia nero e l'umanità mi ripugni.
  • Ho capito una sera con lei che tutta la mia ricchezza era di questo mondo.
  • Non lasciarmi, Drusilla. Ho paura. Ho paura dell'immensa solitudine dei mostri. Non andartene.
  • Ah, comincio a vivere finalmente! Vivere, Cesonia, E' il contrario di amare. Te lo dico io. Che bello spettacolo, Cesonia. Mi occorre il mondo, e spettatori, vittime e colpevoli.
  • Basta con Drusilla. Vedi, Drusilla non c'E' più. E cosa rimane? Avvicinati ancora. Guarda. Avvicinatevi. Guardate. Si mette davanti allo specchio con un'espressioni delirante. [...] Caligola cambia tono, punta il dito sullo specchio e, con lo sguardo sempre fisso, ripete trionfante: CALIGOLA.
  • (Al vecchio senatore) Ciao, bella.
  • Sono un uomo semplice, io. Dev'essere per questo che sono un incompreso.
  • Insomma, sono io che faccio le veci della peste.
  • Non c'E' nessun cielo, Cesonia.
  • Ah, che abiezione, che schifo, che senso di vomito sentirci crescere dentro quella stessa viltà e quell'impotenza che abbiamo disprezzato negli altri. La viltà! Ma che importa? [...] Sto per ritrovare quel grande vuoto in cui l'anima si placa.
  • Rumore d'armi e mormorio in quinta. Caligola si alza, prende un seggio e si accosta ansimandoallo specchio. Si guarda, fa la mossa di balzare in avanti e, vedendo la propria immagine muoversi di riflesso nello specchio, lancia violentemente il seggio urlando. Alla storia, Caligola, alla storia! Lo specchio va in frantumi e, contemporaneamente, entrano da tutti i lati i congiurati armati. Caligola li fronteggia esplodendo in una risata selvaggia. Cherea, per primo, gli E' addosso con un balzo e lo trafigge col pugnale, tre volte in pieno viso. Il riso di Caligola si trasforma in singhiozzi. Tutti lo colpiscono convulsamente. In un ultimo singhiozzo, ridendo e rantolando, Caligola grida. Sono ancora vivo!

Il mito di Sisifo

  • Ad ogni angolo di strada il sentimento dell'assurdità potrebbe colpire un uomo in faccia.
  • Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.
  • Il mondo in sE', non E' ragionevole: E' tutto ciò che si può dire.
  • L'abisso che c'E' fra la certezza che io ho della mia esistenza e il contenuto che tento di dare a questa sicurezza, non sarà mai colmato.
  • La certezza di un Dio che conferisca un significato alla vita supera di molto, in attrattiva, il potere di fare il male impunemente.
  • L'assurdo E' essenzialmente un divorzio, che non consiste nell'uno o nell'altro degli elementi comparati, ma nasce dal loro confronto.
  • L'opera d'arte nasce dalla rinuncia dell'intelligenza a ragionare il concreto.
  • Una sola cosa E' più tragica del dolore: la vita di un uomo felice.
  • Nel mondo assurdo, il valore di una nozione o di una vita viene misurato in base alla sua infecondità.
  • Vi E' solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio.
  • Se il mondo fosse chiaro, l'arte non esisterebbe.
  • Senza cultura e la relativa libertà che ne deriva, la società, anche se fosse perfetta, sarebbe una giungla. Ecco perchE' ogni autentica creazione E' in realtà un regalo per il futuro.
  • Il conquistatore dice: No! Non crediate che per amare l'azione abbia dovuto disimparare a pensare. Al contrario; posso definire perfettamente ciò che credo, in quanto lo credo fortemente e lo vedo con una vista chiara e sicura. Diffidate di coloro che dicono: 'Questa cosa la so troppo bene per poterla esprimere'; poichE', se non possono farlo, E' perchE' non la sanno o perchE' si sono fermati alle apparenze.
  • Viene sempre il momento in cui bisogna scegliere fra la contemplazione e l'azione. Ciò si chiama diventare un uomo.
  • Bisogna vivere con il tempo e con lui morire.
  • Questo compromesso si chiama accettazione. Ma a me ripugna tale termine e voglio essere tutto o nulla. Se scelgo l'azione, non crediate per questo che la contemplazione sia per me come una terra sconosciuta. Soltanto essa non può tutto darmi, e, privato dell'eterno, voglio allearmi al tempo.
  • Per voi e per me questa E' una liberazione. L'individuo non può nulla, e, nondimeno può tutto.[...]E' il mondo che lo sminuzza ma sono io che lo libero, e che gli attribuisco tutti i suoi diritti.
  • Non vi E' che un solo lusso per loro, ed E' quello delle relazioni umane.[...]Volti tesi, fratellanza minacciata, amicizia sì forte e s' pudica degli uomini fra loro, sono queste le vere ricchezze, poichE' sono caduche, ed E' in mezzo ad esse che lo spirito meglio sente i propri poteri e i propri limiti, cioE' la propria efficacia.
  • Al termine di tutto, nonostante tutto, vi E' la morte. Lo sappiamo, e sappiamo anche che, con essa, tutto finisce.[...]Cionondimeno, questi spiriti ne traggono la loro forza e la loro giustificazione. Il nostro destino sta di fronte a noi.
  • Basta sapere e nulla mascherare.[...]Essi sanno: ecco tutta la loro grandezza
  • Essere privi di speranza non significa disperare.
  • Creare E' vivere due volte.
  • Non si tratta più di spiegare e risolvere, ma di provare e descrivere: tutto comincia dall'indifferenza perspicace.
  • Quanto rimane, E' un destino di cui solo la concluzione E' fatale. All'infuori di questa unica fatalità della morte, tutto – gioia o fortuna – E' libertà, e rimane un mondo, di cui l'uomo E' il solo padrone.
  • Egli sa di essere il padrone dei propri giorni.[...]cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli E' sempre in cammino. Il macigno rotola ancora.
  • In un mondo in cui tutto E' dato e nulla viene spiegato
  • Coloro che sono tristi hanno due ragioni di esserlo: essi ignorano e sperano.[...]Dal momento in cui egli sa, il suo riso prorompe e fa tutto perdonare. Fu triste solo nel tempo in cui sperò;[...]Ma egli nega il rimpianto, che E' un'altra forma di speranza.
  • L'importante, diceva l'abate Galiani a madama d'Epinay, non E' guarire, ma vivere con i propri mali. Kierkegaard vuol guarire.
  • Si tratta di vivere entro lo stato d'assurdo.
  • Voglio che mi sia spiegato tutto o nulla. E la ragione E' impotente di fronte a questo grido del cuore. Lo spirito, risvegliato da questa esigenza, cerca e non trova che contraddizioni e sragionamenti. Ciò che io non comprendo E' senza ragione. Il mondo E' popolato da questi irrazionali, ed esso stesso, di cui non capisco il significato unico, non E' che un immenso irrazionale.
  • A questo punto del proprio sforzo, l'uomo si trova davanti all'irrazionale e sente in sE' un desiderio di felicità e di ragione. L'assurdo nasce dal confronto fra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo.
  • Egli rimane in questo mondo assurdo, ne accusa il carattere caduco, cerca la propria via fra queste macerie.
  • Nessuna verità E' assoluta e può rendere soddisfacente un'esistenza impossibile in sE'.
  • Dal momento in cui viene riconosciuto, l'assurdo diventa la più straziante di tutte le passioni.
  • Il mondo, in sE', non E' ragionevole: E' tutto ciò che si può dire. Ma ciò che E' assurdo, E' il confronto di questo irrazionale con il desiderio violento di chiarezza [...] L'assurdo dipende tanto dall'uomo quanto dal mondo, ed E', per il momento, il loro solo legame.
  • Un uomo E' sempre preda delle proprie verità. Quando le abbia riconosciute, egli non E' capace di staccarsene.
  • Il tempo farà vivere il tempo e la vita servirà alla vita.

L'uomo in rivolta

  • Il fine giustifica i mezzi? E' possibile. Ma chi giustificherà il fine? A questa domanda che il pensiero lascia in sospeso, la rivolta risponde: i mezzi.
  • Lo schiavo inizia col chiedere giustizia e finisce col volere portare una corona. A sua volta, deve dominare.
  • L'uomo E' l'unica creatura che rifiuti di essere quello che E'.
  • La rivolta consiste nell'amare un uomo che non esiste ancora.
  • L'arte contesta il reale, ma non vi si sottrae.
  • L'uomo non E' del tutto colpevole, poichE' non ha cominciato la storia; nE' del tutto innocente, poichE' la continua.
  • La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza.
  • Cos'E' un ribelle? Un uomo che dice no.

La caduta

Incipit

Potrei, egregio signore, senza rischiare d'importunarla, offrirle i miei servizi? Temo che lei non sappia farsi intendere dall'esimio gorilla che presiede ai destini di questo locale. In effetti, egli parla soltanto olandese. Se non mi autorizza a patrocinare la sua causa, non indovinerà che lei desidera del ginepro. Ecco, oso sperare che m'abbia capito; quella scrollata di capo deve significare che si arrende alle mie ragioni. Infatti si muove, si affretta con saggia lentezza. Lei E' fortunato, non brontola. Quando si rifiuta di servire, gli basta un brontolio: nessuno insiste.

Citazioni

  • AhimE', dopo una certa età ognuno E' responsabile della sua faccia.
  • C'E' sempre qualche ragione per l'uccisione d'un uomo. E' invece impossibile giustificare che viva.
  • Ha notato che soltanto la morte ci ridesta i sentimenti? Ma lo sa perchE' siamo sempre più giusti e generosi con i morti? E' semplice. Verso di loro non ci sono obblighi. […] Se un obbligo ci fosse, sarebbe quello della memoria, e noi abbiamo la memoria corta. No, nei nostri amici amiamo il morto fresco, il morto doloroso, la nostra emozione, noi stessi insomma.
  • Il vero amore E' eccezionale, due o tre volte in un secolo all'incirca. Per il resto, vanità o noia.
  • Insomma, per diventare famosi, basta ammazzare la portinaia.
  • La simpatia... un sentimento da presidente del consiglio: si ottiene a buon mercato dopo le catastrofi.
  • Lei sai cos'E' il fascino: l'arte di farsi dir di sì senza aver posto alcuna domanda esplicita.
  • Mi creda per certe persone almeno, non prendere quello che non si desidera E' la cosa più difficile del mondo.
  • Per essere felici non ci si deve occupare troppo del prossimo. (1983, pag. 51)
  • Quando non si ha carattere bisogna pur darsi un metodo.
  • Quanti delitti commessi semplicemente perchE' il loro autore non poteva sopportare di essere in colpa!
  • Tra me e me dicevo che anche la morte del corpo a giudicare da quello che avevo visto, era in sE' una punizione sufficiente, assolveva tutto.
  • Una persona che conoscevo divideva gli esseri umani in tre categorie: quelli che preferiscono non avere niente da nascondere piuttosto che essere obbligati a mentire, quelli che preferiscono mentire che non aver niente da nascondere e gli ultimi quelli che amano sia mentire sia nascondere. (Bompiani 1980, p. 75)
  • Una sola frase basterà a descrivere l'uomo moderno: egli fornicava e leggeva i giornali.

La peste

Incipit

I singolari avvenimenti che dànno materia a questa cronaca si sono verificati nel 194... a Orano; per opinione generale, non vi erano al loro posto, uscendo un po' dall'ordinario: a prima vista, infatti, Orano E' una città delle solite, null'altro che una prefettura francese della costa algerina.
La città in se stessa, bisogna riconoscerlo, E' brutta. Di aspetto tranquillo, occorre qualche tempo per accorgersi di quello che la fa diversa da tante altre città mercantili, sotto tutte le latitudini.

Citazioni

  • Dando troppa importanza alle buone azioni, si finisce col rendere un omaggio indiretto al male: allora, infatti, si lascia supporre che le buone azioni non hanno pregio che in quanto sono rare e che la malvagità e l'indifferenza determinano assai frequentemente le azioni degli uomini.
  • Il gran desiderio d'un cuore inquieto E' di possedere interminabilmente la creatura che ama o di poterla immergere, quando sia venuto il tempo dell'assenza, in un sonno senza sogni che non possa aver termine che col giorno del ricongiungimento.
  • Quando scoppia una guerra, la gente dice: Non durerà, E' cosa troppo stupida. E non vi E' dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare.
  • Il sonno degli uomini E' più sacro della vita per gli appestati; non si deve impedire alla brava gente di dormire. Ci vorrebbe del cattivo gusto, e il buon gusto consiste nel non insistere, E' cosa che tutti sanno.
  • Ho capito allora che io, almeno, non avevo finito di essere un appestato durante i lunghi anni in cui, tuttavia, con tutta la mia anima, credevo appunto di lottare contro la peste. Ho saputo di aver indirettamente firmato la morte di migliaia di uomini, che avevo persino provocato tale morte, trovando buoni i principi e le azioni che l'avevano determinata. […] Mi sembra che la storia mi abbia dato ragione, oggi si fa a chi uccide di più. Sono tutti nel furore del delitto, e non possono fare altrimenti. […] La faccenda mia, in ogni caso, non era il ragionamento; era quella sudicia avventura in cui sudice bocche appestate annunciavano a un uomo in catene che doveva morire e regolavano le cose per farlo morire dopo notti e notti di agonia. La faccenda mia era il buco nel petto. E mi dicevo che mi sarei rifiutato di dar mai una sola ragione, una sola, lei capisce, a quella disgustosa macelleria.[…] Col tempo, mi sono accorto che anche i migliori d'altri non potevano fare a meno di uccidere o di lasciar uccidere: era nella logica in cui vivevano, e noi non possiamo fare un gesto in questo mondo senza rischiare di far morire. Sì, ho continuato ad avere vergogna e ho capito questo, che tutti eravamo nella peste; e ho perduto la pace. Ancora oggi la cerco, tentando di capirli tutti e di non essere il nemico mortale di nessuno.
  • So soltanto che bisogna fare quello che occorre per non essere più un appestato, e che questo soltanto ci può far sperare nella pace, o, al suo posto, in una buona morte. Questo può dar sollievo agli uomini e, se non salvarli, almeno fargli il minor male possibile e persino, talvolta, un po' di bene. E per questo ho deciso di rifiutare tutto ciò che, da vicino o da lontano, per buone o cattive ragioni, faccia morire o giustifichi che si faccia morire. […] Di qui, so che io non valgo più nulla per questo mondo, e che dal momento in cui ho rinunciato ad uccidere mi sono condannato ad un definitivo esilio. Saranno gli altri a fare la storia. So, inoltre, che non posso giudicare questi altri. […] Di conseguenza, ho detto che ci sono flagelli e vittime, e nient'altro. Se, dicendo questo, divento flagello io stesso, almeno non lo E' col mio consenso. Cerco di essere un assassino innocente; lei vede che non E' una grande ambizione. Bisognerebbe certo che ci fosse una terza categoria, quella dei veri medici, ma E' un fatto che non si trova sovente, E' difficile. Per questo ho deciso di mettermi dalla parte delle vittime. In mezzo a loro, posso almeno cercare come si giunga alla pace. […] Dopo un silenzio il dottore domandò se Tarrou avesse un'idea della strada da prendere per arrivare alla pace. Sì, la simpatia. […] Se si può essere un santo senza Dio, E' il solo problema concreto che io oggi conosca.

Lo straniero

Incipit

Oggi la mamma E' morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall'ospizio: Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti. Questo non dice nulla: E' stato forse ieri.
L'ospizio dei vecchi E' a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l'autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l'aria contenta. Gli ho persino detto: Non E' colpa mia. Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo.

Citazioni

  • Anch'io come tutti, avevo letto dei racconti sui giornali. Ma certo esistevano libri speciali che non ho mai avuto la curiosità di consultare; in essi forse avrei trovato dei racconti di evasione. Avrei saputo che almeno in un caso la ruota si era fermata, che in quel precipitare irresistibile, una sola volta, il caso e la fortuna avevano cambiato qualcosa. Una volta! In fondo credo questo mi sarebbe bastato: il mio cuore avrebbe fatto il resto.
  • In fondo non c'E' idea cui non si finisca per fare l'abitudine.
  • Persino da un banco di imputato E' sempre interessante sentire parlare di sE'.
  • Tutte le persone normali, [...], hanno una volta o l'altra desiderato la morte di coloro che amano.
  • Una disgrazia tutti sanno cos'E'. E' una cosa che lascia senza difesa.
  • A parer suo siamo tutti condannati a morte. Ma l'ho interrotto dicendogli che non era la stessa cosa e che comunque questa non poteva esserein nessun modo una consolazione.
  • Non hai dunque nessuna speranza e vivi pensando che morirai tutt'intiero?. , gli ho risposto.
    Allora ha abbassato la testa e si E' rimesso a sedere. Mi ha detto che aveva pietà di me. Non credeva che un uomo potesse sopportare una simile cosa. Quanto a me, ho sentito soltanto che cominciavo ad annoiarmi.
  • Secondo lui la giustizia degli uomini non era nulla e la giustizia di Dio era tutto. Gli ho fatto notare che era la prima che mi aveva condannato.
  • Gli ho detto che non sapevo che cosa fosse un peccato: mi era stato detto soltanto che ero un colpevole. Ero colpevole, pagavo, non si poteva chiedermi nulla di più.
  • Tu ti inganni, figlio mio, mi ha detto. Ti si potrebbe domandare di più. Te lo domanderanno, forse. E che cosa mai?. Ti potrebbe esser chiesto di vedere. Vedere cosa? [...] Tutte queste pietre sudano il dolore, lo so. Non l'ho mai guardate senza angoscia. Ma dal fondo del mio cuore so che i più miserabili di voi hanno visto sorgere dalla loro oscurità un volto divino. E' questo volto che vi si chiede di vedere.
    Mi sono animato un po'. Ho detto che erano mesi che guardavo quei muri. Non c'era nulla nE' alcuna persona al mondo che conoscessi meglio. Forse, già molto tempo prima vi avevo cercato un volto. Ma quel volto aveva il colore del sole e la fiamma del desiderio: era quello di Maria.
  • No, non posso crederti. Sono sicuro che ti E' avvenuto di desiderare un'altra vita. Gli ho risposto che naturalmente mi era avvenuto, ma ciò non aveva maggiore importanza che il desiderare di essere ricco, di nuotare molto veloce o di avere una bocca meglio fatta. Erano desideri dello stesso ordine. Ma lui mi ha interrotto e voleva sapere come vedevo quest'altra vita. Allora gli ho urlato:Una vita in cui possa ricordarmi di questa
  • Io, pareva che avessi le mani vuote. Ma ero sicuro di me, sicuro di tutto, più sicuro di lui, sicuro della mia vita e di questa morte che stava per venire. Sì, non avevo che questo. Ma perlomeno avevo in mano questa verità così come essa aveva in mano me.
  • Tutti sono privilegiati. Non ci sono che privilegiati. Anche gli altri saranno condannati un giorno. Anche lui sarà condannato.
  • Dal fondo del mio avvenire, durante tutta questa vita assurda che avevo vissuta, un soffio oscuro risaliva verso di me attraverso annate che non erano ancora venute e quel soffio uguagliava, al suo passaggio, ogni cosa che mi fosse stata proposta allora nelle annate non meno irreali che stavo vivendo.
  • Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora.
  • Così vicina alla morte, la mamma doveva sentirsi liberata e pronta a rivivere tutto. Nessuno, nessuno aveva il diritto di piangere su di lei. E anch'io mi sentivo pronto a rivivere tutto. Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora. PerchE' tutto sia consumato, perchE' io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida d'odio.

Nozze

  • Chiamo imbecille chi ha paura di godere.
  • Il contrario di un popolo civilizzato E' un popolo creatore.
  • La speranza equivale alla rassegnazione. E vivere non E' rassegnarsi.

Incipit di alcune opere

L'esilio e il regno

Una mosca magra volava da qualche istante in quella corriera dai vetri ermeticamente chiusi. Inconsueta, andava e veniva senza far rumore, con un volo estenuato. Janine la perse di vista, poi la vide atterrare sulla mano immobile di suo marito. Faceva freddo. Ad ogni raffica del vento sabbioso che strideva sui vetri, la mosca aveva un fremito. Nella luce rara di quel mattino d'inverno, il veicolo avanzava a stento, si agitava in bilico, con gran fragore di lamiere e d'assali. Janine guardava suo marito. Spighe di capelli grigi piantati bassi sulla fronte angusta, naso largo, bocca irregolare. Marcel sembrava un fauno imbronciato.

[Albert Camus, L'esilio e il regno, traduzione di Sergio Morando, Garzanti]

L'estate e altri saggi solari

In primavera, Tipasa abitata dagli dei e gli dei parlano nel sole e nell'odore degli assenzi, nel mare corazzato d'argento, nel cielo d'un blu crudo, fra le rovine coperte di fiori e nelle grosse bolle di luce, fra i mucchi di pietre. In certe ore la campagna E' nera di sole. Gli occhi tentano invano di cogliere qualcosa che non sian le gocce di luce e di colore che tremano sulle ciglia. Il voluminoso odore delle piante aromatiche raschia in gola e soffoca nella calura enorme. All'estremità del paesaggio, posso vedere a stento la massa scura dello Chenoua che ha la base fra le colline intorno al villaggio, e si muove con ritmo deciso e pesante per andare ad accosciarsi nel mare.

[Albert Camus, L'estate e altri saggi solari, traduzione di C. Pastura e Silvio Perrella, Bompiani]

Citazioni su Albert Camus

  • Camus diceva che Cristo E' venuto a questo mondo per affrontare due problemi che la filosofia non risolverà mai. Primo: perchE' soffro? E secondo: perchE' nasco con appeso al collo il cartello condannato a morte?... Gesù li ha presi su di sE', quindi li ha sacralizzati. (Giovanni Reale)
  • [L'opera di Camus] Ci offre la promessa di una letteratura classica, senza illusioni, ma piena di fiducia nella grandezza dell'umanità; dura, ma senza inutile violenza appassionata ma riservata... una letteratura che si sforza di descrivere la condizione metafisica dell'uomo pur partecipando pienamente ai movimenti della società. (da Jean-Paul Sartre, Vogue, 1945)
  • Albert Camus E' uno degli scrittori dell'Algeria francese che può giustamente essere definito di fama mondiale. Eppure, come era già accaduto nel caso di Jane Austen un secolo prima, anche con Camus i critici hanno ignorato la realtà dell'impero, così evidente nelle sue opere. [...] Camus E' una figura di particolare rilievo nella terribile e caotica situazione delle colonie francesi durante il faticoso processo di decolonizzazione del Novecento. Egli appartiene al periodo finale dell'imperialismo al quale E' sopravvissuto, sino ai giorni nostri, come scrittore «universalista» le cui radici affondano in un colonialismo ormai dimenticato. (da Edward W. Said, Cultura e imperialismo, traduzione di Stefano Chiarini e Anna Tagliavini, Gamberetti Editrice, 1998)